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Anima assente
Non
ti conosce il toro né il fico,
né
i cavalli né le formiche di casa tua.
Non
ti conosce il bambino né la sera
perché
sei morto per sempre.
Non
ti conosce il dorso della pietra,
né il raso nero dove ti distruggi.
Non ti conosce il tuo ricordo muto
perché sei morto per sempre.
Verrà
l’autunno con conchiglie,
uva di nebbia e monti aggruppati,
ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi
perché sei morto per sempre.
Perché
sei morto per sempre,
come tutti i morti della Terra,
come tutti i morti che si scordano
in un mucchio di cani spenti.
Nessuno
ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.
L’insigne maturità della tua conoscenza.
Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.
La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria.
Tarderà
molto a nascere, se nasce,
un
andaluso così chiaro, così ricco d’avventura.
Io
canto la sua eleganza con parole che gemono
e
ricordo una brezza triste negli ulivi.
Corpo presente
La
pietra è una fronte dove i sogni gemono
senz’aver acqua curva
né cipressi ghiacciati.
La pietra è una spalla
per portare il tempo
Con alberi di lagrime e
nastri e pianeti.
Ho visto piogge grigie correre verso le onde
alzando le tenere
braccia crivellate
per non esser prese
dalla pietra stesa
che scioglie le loro
membra senza bere il sangue.
Perché la pietra coglie semenze e nuvole,
scheletri d’allodole e
lupi di penombre,
ma non dà suoni, né
cristalli, né fuoco,
ma arene e arene e
un’altra arena senza muri.
Ormai sta sulla pietra Ignazio il ben nato.
Ormai è finita. Che
c’è? Contemplate la sua figura:
la morte l’ha coperto
di pallidi zolfi
e gli ha messo una testa
di scuro minotauro.
Ormai è finita. La pioggia entra nella sua
bocca.
Il vento come pazzo il
suo petto ha scavato,
e l’Amore, imbevuto di
lacrime di neve,
si riscalda in cima agli
allevamenti.
Cosa dicono? Un silenzio putrido riposa.
Siamo con un corpo
presente che sfuma,
con una forma chiara che
ebbe usignoli
e la vediamo riempirsi
di buchi senza fondo.
Chi increspa il sudario? Non è vero quel che
dice!
Qui nessuno canta, né
piange nell’angolo,
né pianta gli speroni né
spaventa il serpente:
qui non voglio altro che
gli occhi rotondi
per veder questo corpo
senza possibile riposo.
Voglio veder qui gli uomini di voce dura.
Quelli che domano
cavalli e dominano i fiumi:
gli uomini cui risuona
lo scheletro e cantano
con una bocca piena di
sole e di rocce.
Qui li voglio vedere. Davanti alla pietra.
Davanti a questo corpo
con le redini spezzate.
Voglio che mi mostrino
l’uscita
per questo capitano
legato dalla morte.
Voglio che mi insegnino un pianto come un fiume
ch’abbia dolci nebbie
e profonde rive
per portar via il corpo
di Ignazio e che si perda
senza ascoltare il
doppio fiato dei tori.
Si perda nell’arena rotonda della luna
che finge, quando è
bimba dolente, bestia immobile;
si perda nella notte
senza canto dei pesci
e nel bianco spineto del
fumo congelato.
Non voglio che gli copran la faccia con
fazzoletti
perché s’abitui alla
morte che porta.
Vattene, Ignazio. Non
sentire il caldo bramito.
Dormi, vola, riposa.
Muore anche il mare!