La
merenda di Grugnetto
C
Si
chiamava Grugnetto, e assieme ai suoi sette fratelli porcellini si metteva a
correre velocemente quando la mamma faceva il grugnito della poppata: ma,
innanzitutto, arrivava per ultimo, con le sue zampe pulì corte; poi, quando era
arrivato, non trovava posto, e poi veniva scacciato dai famelici fratelli con
colpi di coscia, con colpi di stinco, con colpi di zampone...
Insomma
Grugnetto spesso digiunava. Ma siccome, per un porcello, digiunare è molto più
doloroso che per un uomo o per qualsiasi altro animale, Grugnetto non si
rassegnava.
Un
giorno, nella ricerca di cibo, era finito da un’altra mamma. Era Cornelia, la
grande vacca della stalla, che aveva da poco partorito un bel vitellino e aveva
le poppe gonfie di un latte almeno buono quanto quello di mamma porcella.
«
Mi dai un po’ di latte, mamma Cornelia? » chiese Grugnetto sospirando. «Ne hai tanto, tu, e io così poco... »
«
Poppa, tenerello »
disse
Cornelia: ma tra il dire e il poppare c’era di mezzo il saltare; perché
Grugnetto alle mammelle di Cornelia proprio non riusciva ad arrivare.
«Su, salta! Salta!» lo incitava il vitello, che era un tipo
pacifico, e da grande avrebbe fatto il bue: ma Grugnetto era un maiale, e per i
maiali saltare è difficile come per una lumaca correre.
A bocca asciutta, Grugnetto usci dalla stalla. Caracrà e Bettone, i
due porci più
grossi della fattoria, stavano col muso nel pastone versato nel recipiente di
legno al centro dell’aia. Grugnetto prese una bella rincorsa, e
via! Si arrampicò lungo le zampe
rugose di Caracrà, che era anche suo zio.
Ma quando, di slancio, fu sulla coppa dello zio, e già vedeva la gustosa
brodaglia che i grossi maiali stavano succhiando, Caracrà alzò la testa
infastidito, e lo scagliò via come un fuscello.
« O perbacco! Ma guarda, Bettone, questo moscerino,
che sfacciataggine! Venire a sbirciare nel nostro trogolo! »
Intanto, sempre più affamato, Grugnetto zampettava
Alla fine, Grugnetto ci provò: a testa bassa si lanciò verso il grano
dorato e appetitoso, per riuscire a prenderne almeno due chicchi.
Ma il gallo Devizzi gli fu sopra, e gli beccò la pelle.
«Via, via! Via! Questo è grano per polli!» strillava Devizzi. « Tornatene
nel fango, sbafatore! »
Grugnefto non sapeva come fare. Il suo stomaco
capace gli faceva in
continuazione la stessa domanda, e lui non sapeva dargli la risposta giusta.
Usci dall’aia, dirigendosi verso il granaio.
“Almeno sentirò l’odore del grano, stomaco, capisci?”
E sognò che la porta del granaio era aperta.
E poi pensò: “Sto sognando, o sono sveglio?”
Allora si diede un morso leggero alla zampa destra, e senti male.
“Quindi sono sveglio! E la porta del granaio è davvero aperta!” pensò,
ma non osava avvicinarsi.
“Se
andassi a chiamare qualcuno, innanzitutto mi potrebbe davvero dire se sono
sveglio o sogno pensava il poverello “e poi mi potrebbe aiutare a spostare il
portone, che è aperto troppo poco per poter entrare”.
Zampettò
sull’aia.
La
mamma era troppo impegnata ad allattare; Devizzi era antipatico; la mucca
Cornelia era legata...
Ecco
chi! Zio Caracrà, mollemente sdraiato in mezzo all’aia!
Grugnetto
si avvicinò:
« Zio Caracrà » sussurrò. « Il portone del granaio è quasi aperto... »
«Ah
si?? E hai visto l’asino che vola?» lo beffeggiò il grosso maiale.
« Ma si, zio! E aperto! E aperto, vieni! Vieni a vedere! »e
Grugnetto afferrava coi denti l’orecchia setolosa del maialone.
« Senti, cicciolo! Se non la smetti dì raccontar panzane e tirarmi
l’orecchia, mi sollevo e ti sculaccio il codino tredici volte... Vattene! »
Grugnetto
era così arrabbiato che non cercò più nessun aiuto.
Andò
dritto al granaio, che era ancora aperto. Spinse il portone con tutte le forze:
e il portone non si aprì, ma la sua pancia molle e vuota si restrinse, e in un
beato capitombolo Grugnetto ruzzolò all’interno.
Chiuse
gli occhi, perché non voleva svegliarsi da quel sogno.
Un
odore di pannocchie succose, appena colte, dorate, fragranti, gli entrava dai
due buchi tondi del naso come un vento del paradiso.
Poi
Grugnetto apri gli occhi: e vide che il granoturco c’era davvero. Era il più
grande mucchio di granoturco che avesse mai veduto, e nemmeno sognato.
Si tuffò, si lanciò, si catapultò. Sprofondò nell’abbondanza, si
riempì gli occhi e la bocca di quella meraviglia saporita. Masticò, ingoiò,
deglutì, si nutri, si sazio.
Alla fine, quando proprio nella sua pancia felice non poteva entrare un
chicco di più, si mise a godersi sul muso un raggio di sole dorato che
filtrava da una fessura del granaio.
« Come sei grande! » disse
una vocina.
« Sei un gigante? » disse
un’altra.
Erano dei pulcini nati ieri, che zampettavano curiosi
attorno a lui.
« Be’, non proprio un gigante, ecco... » disse
Grugnetto. « Sono grande, ma, vedete, per quel portone son
riuscito
a passare! »
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