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MONTEISOLA A LUCI ROSSE

 

 

Abito a Brescia, a circa 20 km dal lago d’Iseo. Monteisola, dieci anni fa, era per me una meta turistica da raggiungere quando c’erano soldi in eccesso. Sarò una cattiva madre di famiglia, ma di soldi in eccesso non ne avevo mai, con due figlie da crescere.. Oppure era una meta scolastica. Difatti l’avevo vista con la classe terza elementare di Nicoletta. Di quel giorno ricordo solo un’enorme stanchezza e i capricci di Alessio, compagno di Nicoletta. Oppure era un luogo di villeggiatura per anziani. Difatti fra i miei ricordi ci sono delle fotografie in cui io, Renato e le bambine (piccolissime), siamo in posa davanti al lago. Io con un orribile prendisole verde e uno sguardo fra il triste e l’arrabbiato (non ricordo il perché) e mia cognata Rita, la pùta (non sposata), brillante in bermuda e canottiera.

Insomma, Monteisola c’era, ma non aveva  per noi un grande significato.

Le figlie crescono, e io mi scopro ancora giovane con tante curiosità. Mi iscrivo ad un corso di auto-stima. Imparo tante cose di me, mi approprio di un sacco di trucchi, mi scopro forte perché sono una delle poche donne che non si scioglie in lacrime lacerata dai propri problemi. Inoltre mi guadagno anche un’amica: Tiziana.

Che coppia, io e Tiziana! Il giorno e la notte. Olio e Stalio.

Lei alta, magra, bella mora. Veste in minigonna facendo voltare quanti la incontrano. Io piccola, tarchiatella ogni anno di più, ormai le tute e i jeans mi sono stampati addosso (finalmente). Anch’io faccio girare la gente per strada, ma solo se le dico da dietro: pssssst…pssssst….

E’ Tiziana che cerca la mia amicizia. Viene a trovarmi a casa, mi telefona per ore..

E’ una delle donne che ha pianto di più al corso. Difatti sta cercando il coraggio di riconoscere i continui tradimenti del convivente, e di separarsene.

Durante il corso si è presa un impegno: realizzare un vecchio sogno, cioè prendersi un appartamento a Monteisola. Assolve immediatamente la promessa e mi telefona per ore per descrivermi il posto. Mi dice che ha affittato ad un prezzo equo un monolocale. Con un piccolo bagno e una stanza attrezzata a camera da letto e cucina. Ma il balcone da direttamente sul lago. In alcune giornate si ode lo sciacquio delle onde stando nel proprio letto. L’appartamentino fa parte di un residence che offre ai suoi ospiti un servizio ristorante e una spiaggetta privata. E, udite udite, il padrone ammette i cani. Ascolto le descrizioni di Tiziana che purtroppo sono interrotte da lunghi sfoghi sul suo amore sempre più squallido. Alla fine rimane solo la storia di Tiziana e il lago.

 La mia nuova amica possiede uno dei primi cellulari in commercio. Quindi mi chiama spesso il venerdì sera mentre traghetta da Sulzano a Peschiera Maraglio. La conversazione prosegue per un bel po’ mentre Tiziana percorre la strada che da Peschiera porta a Sensole, dove è situato il suo albergo. Mentre cammina e chiacchiera soavemente, mi fa sentire il rumore del vento che sferza gli ulivi, il rumore delle onde, l’agitarsi delle papere che si stanno occupando dei nuovi nati. Sono conversazioni gradevoli, sorprendenti.

Con gli occhi della mente cerco di vedere il panorama, ma mi ricordo solo della piccola Franca, altra compagna di scuola di Nicoletta, che mi ha tampinato per tutta la gita. Proprio la passeggiata romantica non riesco ad immaginarla.

Tiziana conosce un uomo. Giovane, impiegato di banca, scapolo, appetibile. Uniscono le loro solitudine e lui le chiede di poter visitare questo paradiso terrestre che Tiziana declama spesso. Lei lo invita, specificando che comunque non è ancora pronta per una nuova relazione. Lui fa il signore e dice:

 “Sono d’accordo e ti rispetto”.

C’era la notte calda, la luna piena, gli ulivi magici e i due lettini in camera attendevano separati da un buon metro e passa.

Prima lui va in bagno ed esce con indosso il pigiama. Poi entra in bagno lei ed esce con una castigata camicia da notte e una vagonata di profumo. Infilati ciascuno nel proprio lettino, spengono la luce. Silenzio imbarazzato. Tiziana è decisa: non vuole precipitare le cose. Si conoscono da poche settimane… Sì, lui è interessante, ma lei ha paura.

Nel buio della notte, adesso sono in due ad ascoltare il rumore dolce del lago e il respiro del compagno che fatica a dormire. Ma all’improvviso la notte si popola e un’anatra starnazza con un incredibile grido d’allarme. Subito le sue compagne si uniscono in coro e proseguono il concerto su un tono adatto al mercato. Sembra che stiano transitando sul balcone, appena aldilà della porta chiusa.

Un nuovo rumore s’insinua nella stanza: è un borbottio e proviene dal letto di lui:

“Anche loro sono d’accordo e continuano a dirtelo: - Vieni qua! Qua! Qua! –

Tiziana ride. Esce dal suo lettino e migra nell’altro.

 

 

Arriva l’estate e Tiziana non si fa sentire quasi più, travolta dalla passione per il nuovo compagno.

In città il caldo è atroce, peggiorato da un altissimo tasso di umidità. Ho bisogno di riposo e vorrei portare via dalla città per qualche giorno le mie figlie ormai adolescenti. Mio marito mi dice che così, all’ultimo minuto, non trovi niente di disponibile. E il cane? A chi lo lascio il cane? Non a lui che deve rimanere in città a lavorare..

E proprio il riferimento al cane, mi fa tornare in mente il monolocale con abbondanza di posti letto della mia amica. Mi ricordo il proprietario amico degli animali, la moglie del proprietario veterinaria…

Telefono per una volta io a Tiziana. Mi faccio dare il numero di telefono dell’hotel. Dieci minuti dopo ho una camera prenotata per dieci giorni. Preparo le valigie.

Mio marito mi guarda smarrito. Eppure dovrebbe essere abituato alla mia capacità organizzativa. Il giorno dopo ci accompagna. Con nuovi occhi osserviamo la passeggiata del lungolago, la natura lussureggiante, il sussurrare delle fronde, il fruscio delle onde. Nell’acqua qualche cigno e tante anatre e germani. Vederli mi fa tornare in mente la storia di Tiziana e provo un poco di malinconia. Anch’io vorrei un poco di passione, di calore. Ma riesco solo a sentire la stanchezza.

Quando alla sera Renato ci lascia, il cielo è decisamente grigio. Poco dopo inizia a piovere una pioggerellina leggera che accompagnerà il resto delle vacanze.

Scopro a poco a poco l’isola. Ci sono in circolazione solo le macchine dei due medici, dei vigili e del prete. Pochissimi mezzi privati.

Gli abitanti viaggiano in scooter. Intere famiglie sul vespino: da tre fino a cinque persone, tutti senza casco perché non c’è posto.

Presto scopro che posso fare il giro dell’isola in due ore e mezza. Poi scopro l’esistenza di alcune spiagge mantenute allo stato selvaggio. Sono pulite e deserte. Lascio Lessi libera di scorazzare. E’ felicissima.

Le mie figlie, dopo un paio di passeggiate, preferiscono chiudersi in camera, annoiate dalla mancanza di attrazioni e dal tempo piovigginoso.

Nicoletta addirittura, dopo tre giorni se ne torna a casa. Guardo arrabbiata Roberta.

“Vuoi andartene anche tu?”

la minaccio. Lei mi dice di no e torna a leggere un libro sdraiata sul lettino. Proprio durante quella strana vacanza,  scopre la sua nuova passione per il disegno.

 

Da parte mia sono qui per svagarmi e riposare e fregandomene del tempo noioso affronto le mie passeggiate equipaggiata di tutto. Cammino per ore, scopro, curioso, chiedo, cammino.

Quando rientro, Lessi è ridotta così:

Povera!

La prima settimana trascorre velocemente. Fra rabbia per l’abbandono della primogenita e la voglia di godere di questo noioso ma splendido paradiso.

Inoltre, il balcone che da sul lago, ha immediatamente al di sotto la terrazza del ristorante, ed è qui che assistiamo a gustosi siparietti per lo più gestiti dal titolare: Mino.

Tipo quella volta che gli era cascato il casco da motociclista per le scale. In fondo a queste dei turisti aspettavano di potersi sedere per pranzare. Invece di gridare:

“Attenzione, via da sotto!”

ha lanciato un generico:

“Arrivo!”

Per fortuna che i norvegesi sono gente atletica.

Un giorno, verso le ore 14, si presentarono tre persone. Vista l’ora e il giorno feriale, si trovarono a pranzare in terrazza da soli con Mino dedicato completamente a loro.

Dopo un faticoso buongiorno, i turisti chiesero al titolare se parlava tedesco. Mino, trentenne, gradevole ragazzo ma anche molto alla buona, rispose che il suo tedesco non era buono.

Allora una turista, facendosi coraggio, gli chiese:

“Do you speak inglish?”

E l’amico, pieno di ritrovato entusiasmo, rispose con enfasi:

“Yes, I speak! – e a mezza voce in dialetto bresciano – almeno quello!!”

Sentii la voce di Roberta emergere da dietro un fumetto e commentare:

“Adesso la cosa si fa interessante!”

La guardai con stupore. Ero convinta di essere l’unica a seguire la scena.

Mino guidò i turisti ad un tavolo. Sentii il rumore delle sedie spostate, delle posate rimaneggiate. I commenti dei turisti che davanti al panorama della terrazza dicevano “Waaaao” e “Beautifull”.

Poi tutti sono seduti. La donna chiede: “Menù”

Mino schiarisce la gola, è pronto per il grande saggio:

“Alura (allora in dialetto bresciano) abbiamo le sardine essiccate al sole di Monteisola, il persico, le aoloe (alborelle)….”

Roberta ride e commenta ancora una volta:

“Ma dove ha imparato l’inglese? Da Charlie Cinelli? (cantante comico che canta in un misto di italiano,inglese e bresciano, giocando molto sui doppi sensi)” e anch’io rido. Mino non si smentisce mai.

Una sera il ristorante è pieno di gente. Proprio sotto il nostro balcone si siedono due uomini in compagnia di una donna. Per tutta la sera non possiamo evitare di ascoltare gli sfoghi di questa sulle sue disgrazie in amore. Incontra un uomo, questo la scopa e poi sparisce. Lei chiede ai compagni di tavolo cosa c’è di sbagliato in lei. Uno dei compagni parla come se fosse un industrialotto onnipotente. Ha una risposta per tutto:

“Non sei tu sbagliata, sono loro che sono dei bastardi. Non sei sfortunata, è che non hai ancora trovato l’uomo giusto, ma io sento che questa sera ci sei vicina.”

Il secondo uomo parla solo se interpellato e per di più a monosillabi. Sembra che sia stato coinvolto nella serata per forza.

Durante la cena Wanna racconta decine di sue avventure. Tutte iniziano con “Credevo che fosse l’uomo giusto…” e finiscono con “…dopo che gliel’ho data, non l’ho più visto. Manco una telefonata…”

Roberta, sempre mimetizzata dietro un libro, commenta:

“Questa è più sfigata di me…” e si riferisce al suo primo bacio d’amore ostacolato da un cancello elettrico che si voleva chiudere a tutti i costi.

Saranno stati i racconti di Wanna o le spacconate del suo compagno, sarà stata la lunga passeggiata del pomeriggio, ma mi viene sonno presto e… cado addormentata.

Mi risveglio all’improvviso con un forte senso di vertigini. Cerco i bordi del letto per aggrapparmi mentre attendo che il letto si plachi nel suo rullio. Strabuzzo gli occhi nel buio e mi chiedo per quale motivo mi sono svegliata così di colpo.

Sento fuori dalle ante il rumore del lago, qualche qua qua. Poi, all’improvviso un urlo subito ripetuto più volte:

“Aaaaah! Aaaaaah! Aaaaah! Aaaah!”

Cielo, ma mi sembra… rimango in ascolto tutta tesa perché voglio capire da dove arrivano queste urla così vicine.

“Aaaaah! Aaaaaah! Aaaaah! Aaaah!”

e di fondo una voce baritonale che ripete:

“Ti piace?”

Mi manca solo il video, ed è come se i due amanti fossero in camera con me.

Le voci entrano dalla finestrella sopra il letto di Roberta (che per fortuna dorme) e provengono dal balcone confinante. Probabilmente i due avevano così fretta che non hanno chiuso la portafinestra e neppure le ante. Ma lei urla così tanto che la sentirei comunque. Urla come una consumata doppiatrice di  film porno, con la stessa credibilità. E’ così impegnata a fingere un orgasmo che non credo che senta altro. Come donna mi sento perfino imbarazzata. Vorrei dirle:

“Ma cosa stai facendo?”

ma so che non capirebbe.

Gli urli proseguono per due - tre minuti. Mi chiedo se qualcuno sta dormendo ancora in albergo.

Poi l’amante gode cercando di superare con la voce le grida della donna. Non riesco a vedere l’orologio, ma anche lui non ha fatto una bella figura…

Mi giro e commento:

“Veloci! Ok, si torna a dormire.”

Ma l’uomo sembra rivolgersi ad una terza persona ed invitarlo a dare una botta.

Sento una terza voce, flebile, svogliata. E realizzo: è Wanna con i due compagni di tavola. La cosa mi sembra ancora più squallida.

Realizzo anche un’altra cosa: non è sfigata in amore, ma è lei che si frega e si fa fregare, stupida ochetta!

Intanto nell’altra camera l’industriale convince l’amico a consumare, ma prima questo si chiude in bagno. Allora sento Wanna che cerca di dire:

“Non insistere, se non ne ha voglia…”

E l’uomo, con voce tonante e sicura urla:

“Abbiamo promesso di farti divertire in due! Ti devi ricordare di questa sera per anni!”

Non so se Wanna se la ricorda, quella sera. Io ancora non riesco a dimenticarla…

“Allora! Vieni fuori da ‘ste cesso? Fra poco arriva il moto taxi…”

Sento la porta del bagno cigolare piano. Il terzo uomo esce e probabilmente da un colpo a Wanna, perché questa ricomincia subito ad urlare, da prima convinta, e poi sempre più fievolmente. Tanto in 45 secondi tutto è finito.

Li sento uscire dalla stanza, da basso il gradasso chiama Mino a gran voce, così se ancora qualcuno dorme, si è svegliato di sicuro.

Con il solito atteggiamento premuroso e tontolotto, Mino chiede:

“E’ andato tutto bene? I signori sono soddisfatti?”

Le risposte sono coperte dal rumore di un motoscafo che arriva a prelevare gli ospiti. Poi Mino spegne alcune luci della terrazza e torna la pace dell’isola.

Roberta dormiva ancora.

Al suo risveglio, la mattina dopo,  l’ho interrogata e le ho chiesto se veramente non aveva udito nulla durante la notte.

Lei mi guarda con due occhi enormi messi sopra due gambe che si sono da poco fatte lunghissime. Ha 14 anni.

“No, non ho sentito nulla, credo. Ma ora dimmi che cosa è successo!”

Sono del parere che al giorno d’oggi i ragazzi più conoscono è meglio è. Con i programmi proposti dalla tivu, poi… allora le racconto gli avvenimenti.

Lei m’interrompe subito:

“Toglimi una curiosità subito: si trattava della Wanna e del viscidone che ieri sera cenavano sotto il nostro balcone?” le do  la mia conferma e poi m’invita a seguitare il racconto. Io proseguo descrivendole pure l’orgasmo sonoro della donna e Roberta quasi si ribalta sul letto sorpresa:

“Quindi era lei! E io che credevo fosse uno dei miei sogni erotici! Perché non mi hai svegliata?????”

Mi metto a ridere, sorpresa di trovare questa ragazzetta così equilibrata e schietta. Spero che di donne come Wanna ce ne siano poche in giro.

Lo spero vivamente.

 

 

Dopo l’episodio di Wanna non ci furono altre sorprese, ma a poco a poco realizzai che l’isola e l’hotel stesso, si prestavano ad incontri clandestini, romantici o erotici. La cosa non mi sorprese più di tanto. Tiziana stessa mi aveva detto l’effetto che l’isola le stimolava. E io stessa mi ero resa conto che gli ulivi che si stagliavano sul lago, erano romanticissimi. Ma ero una giovane madre di famiglia, da tempo abituata ad avere la testa sulle spalle. Mi limitai a pensare che se ne avessi avuto la possibilità, anche io avrei eletto l’isola a mia alcova per le fughe clandestine.

Era trascorsa una settimana. Renato aveva promesso di venire a trovarci, visto quanto eravamo vicini. Ma non mi volle anticipare l’ora  del suo arrivo, raccontando che se riusciva a dormire qualche ora in più…

Pochi minuti prima delle nove ero in strada. Lessi cercava i posti migliori per fare pipì, io non riuscivo a distogliere gli occhi dalla strada in lontananza. E come immaginavo, ecco la sagoma di mio marito che si delinea. Lo guardo e mi sento inondare di passione. Tutto in lui mi piace, anche se non è proprio un bell’uomo. Lessi annusa l’aria, guarda nella mia stessa direzione e parte al galoppo, con me aggrappata al guinzaglio. Renato ci riserva la  stessa calorosa accoglienza che noi gli porgiamo. Prima saluta la cagnolina, poi mi abbraccia e bacia. Infine mi dice:

“Cosa ci fai qui? E’ presto!”

Io lo guardo sorniona e furbetta. Gli rispondo sicura:

“Sapevo che saresti arrivato il prima possibile…” lui mi abbraccia ancora più stretta, e Lessi, in braccio fra noi due, si dimena per non essere schiacciata. Ridiamo mentre lui si china per appoggiare il cane a terra. Poi torna a cercarmi fra le sue braccia e mi confida:

“Non riesco a dormire senza di te.”

Io rispondo un poco lusingata:

“Lo so. Per questo sapevo che saresti arrivato così presto.”

Lo bacio e sento che ha riservato molta cura per questo nostro incontro. Profuma di bagnoschiuma e di sciampo, di camicia pulita e di dopo barba. Adoro queste sue attenzioni nei miei confronti dopo più di 16 anni di matrimonio e lo respiro profondamente, lo tengo avvinghiato a me. La strada è deserta.

Ci avviamo lentamente verso l’albergo. Siamo troppo grandi purtroppo per pomiciare negli anfratti. Mi chiede notizia sugli avvenimenti della settimana. Parliamo da prima della fuga di Nicoletta. Lui mi rassicura: la figlia grande è a casa e si comporta da  donnina. E’ tranquilla e ubbidiente. La cosa mi da ancora più fastidio: non poteva comportarsi da donnina ubbidiente rimanendo in vacanza? L’aria le avrebbe comunque giovato, e l’hotel era stato pagato anche per lei! Renato mi consola. L’adolescenza è una brutta cosa. Bisogna avere pazienza. Mi chiede di Roberta e io gli racconto che sta chiusa in camera per giorni interi a leggere e a disegnare. Sospiriamo entrambi, poi per forza il discorso va sul tempo che è stato poco generoso con noi quella settimana. Come se ci ascoltasse, nel cielo cominciano a passeggiare nuvole grigie. Siamo vicini all’hotel e all’improvviso mi viene in mente la storia notturna di Wanna. Rallento il passo e dico a mio marito:

“Senti un po’ cosa succede qui…” e gli racconto tutto, ogni particolare. Lui sembra incredulo e mi subissa di domande:

“Ma erano già amanti? E in due? Ma sei sicura?”

Io rido e rispondo ad ogni sua domanda con la sicurezza che la vicinanza eccessiva mi ha dato:

“Non erano amanti. Lei durante la cena gli ha raccontato tutta la sua vita! E sì, sono sicura che ci sono stati tutti e due. I rumorosi orgasmi della tipa erano distinti e molto udibili.”

Cercando di tenere la voce bassa, gli dimostro come urlava la donna.

Renato mi guarda stralunato e ride:

“Per me te lo sei sognato, maialina mia!”

Anch’io rido complice, ma rispondo:

“Le mie fantasie non sono mai state così squallide e scadenti.”

La giornata prosegue piacevolmente. Roberta ci accompagna in una passeggiata e conferma al padre l’avvenimento notturno. Poi rientriamo per il pranzo e approfittiamo della cucina dell’hotel per mangiare. Crepes ai formaggi, tagliata di manzo con la rucola, patatine fritte e dolce. Niente pesce per noi.

Durante il pranzo emergono gli episodi ridicoli a cui abbiamo assistito. E Renato commenta:

“Insomma, non è poi così noioso come posto, vero?”

Lo dice rivolto a Roberta. Lei sorride appena e volge il capo:

“Insomma! Al di là di questi episodi, ho letto per tutto il tempo e ho disegnato come mai in vita mia.” Ma poi ammette “Comunque rimanere in camera qui e rimanere in camera in città è la stessa cosa. E’ forse meglio qui.”

Difatti Roberta sta attraversando quella fase dell’adolescenza in cui cerca di isolarsi dal mondo e sembra che nulla la interessi. Sono contenta che ammette almeno che la noia dell’isola è più che altro una caratteristica che lei stesso ha dentro.

Sono le due. Il sole picchia e le nuvole sembrano non dare fastidio, oggi. Ci ritiriamo in camera. E’ naturale che mio marito si sdrai nella mia cuccetta e che io mi sdrai di fianco a lui. Roberta prende in mano i suoi soliti libri e legge.

Le ante sono socchiuse. Sul soffitto si riflette il riverbero del sole sul lago. E’ bellissimo. Il ristorante giunge a noi come un brusio. Tutto è tranquillo. Cerchiamo di dormire un poco.

Quando mi risveglio osservo Roberta che a sua volta si è addormentata. Mi volto verso Renato e inizio ad accarezzargli un braccio. Lui mi ferma subito:

“Non fare troppe avance! Non so se riuscirei a stare fermo!”

Rido di gusto. Mi piace fare questo effetto su mio marito. Maliziosamente gli faccio notare che non si può, che c’è una figlia in camera. Lui mi dice: “E allora smettila!” e mi gira la schiena. Imperterrita continuo a strusciarmi. Aspiro l’odore della sua pelle, gli do piccoli baci su ogni anello della spina dorsale. Lui non resiste e si volta per abbracciarmi stretta stretta.

E Roberta si sveglia. Osserva la scena e commenta:

“Se vi sono d’incomodo ditemelo! Non fatevi scrupoli!”

La sua è una battuta. La mia no:

“Sei d’incomodo. Non hai qualche idea per lasciarci soli?”

Ha 14anni, è sveglia, in famiglia parliamo di tutto e sa che io e il papà ci amiamo tanto e quindi facciamo l’amore.  Abbiamo affrontato l’argomento pochi mesi prima, riguardo alla differenza di scopare e fare l’amore.

Mia figlia assume un’aria incredula. Con voce lagnosa dice:

“Ma ti rendi conto di cosa mi stai chiedendo? Mi stai praticamente buttando fuori dalla porta! Sei peggio di mia sorella quando è assieme al suo moroso.”

La guardo ridendo:

“E’ vero! Inoltre io sono anche sposata e ho diritto ad un poco d’intimità. Inoltre guarda Lessi come si agita perché ha bisogno di fare pipì… e tu, da padroncina premurosa, la accontenterai con entusiasmo.”

I nostri sguardi vanno alla cagnolina che è spaparanzata sulla sua coperta e neppure si sogna di uscire, ma alza il capino nel sentir nominar il suo nome.

“Ma..ma…” si ribella mia figlia “sei una madre snaturata!”

“E tu una figlia premurosa e intelligente” la rimbecco io.

“Papà!” strilla Roberta “Dì qualcosa tu! Difendimi!” tenta ancora la giovane.

Renato, sprofondato nel letto, sorride e dice:

“Il guinzaglio è lì sul letto della Nico.”

“Non posso credere che voi scacciate la vostra unica figlia presente per fare sesso…”

ma intanto si allaccia le scarpe e io sospiro di sollievo.

“Sei una figlia emancipata ed intelligente” la rabbonisco.

“Sei fortunata! Qui sull’isola non c’è un telefono che funzioni, altrimenti chiamerei telefono azzurro e vi denuncerei per crudeltà nei miei confronti!” borbotta mentre va in bagno a pettinarsi i lunghi capelli. Io metto il guinzaglio alla cagnolina che subito scatta in piedi pronta per la nuova passeggiata.

Quando esce dal bagno Roberta rimane sorpresa di trovarmi ad attenderla con il cane pronto ad uscire.

“Ma…ma…dunque fai sul serio!”

Accipicchia! Era lei che stava facendo la scena di quella pronta ad uscire convinta che noi ci impietosissimo e non insistessimo. Ma ormai mi sono illusa. E poi è grande! Se vuole che io capisca le sue esigenze, lei deve capire le mie.

Spintonandomi nello stretto corridoio della cucinetta, ritorna in camera. Va al suo comodino e si impossessa di un elastico per capelli che non usa mai. Difatti lo lega al polso. Si ferma davanti a Renato e con sguardo e voce lacrimevole implora:

“Papà…”

A Renato scappa da ridere e minimizza:

“Su, dai! Sei stata chiusa in casa tutta la settimana…”

Roby alza il tono di voce:

“E questo dovrebbe dirvela lunga sulla mia voglia di non uscire…”

Le metto il guinzaglio in mano e la spingo gentile ma decisa verso la porta. Intanto le chiedo:

“Vai in edicola? Vuoi dei soldi per comperarti fumetti nuovi?”

Lei strabuzza gli occhi: l’edicola è a due chilometri da lì.

“Così lontano? Ma cosa avete intenzione di fare? No, lascia perdere, vado qua dietro a far fare pipì a Lessi e torno.”

Le sventolo un dito davanti al naso in segno di no e lei mi guarda attenta:

“Cosa vuoi dire?”

“Che non vai qua dietro a fare pipì… non ci basta. O vai in edicola, ed aggiungi l’utile al dilettevole, oppure porti Lessi fino alla spiaggetta…”

Gli occhi di Roberta si spalancano ancora di più increduli:

“La spiaggetta… ti riferisci su per la salita e giù per la discesa?”

Mi chiede. E io rido: ha la capacità di far apparire tutto difficilissimo. La spiaggetta è la passeggiata più breve che mi sono fatta questa settimana, e lei la conosce proprio perché agevole da raggiungere.

Intanto sono riuscita a infilarle il guinzaglio e il cane in mano.  Roberta è con le spalle alla porta d’ingresso. Cerco di raggiungere la maniglia e di aprire la porta:

“Ho paura che se me ne vado voi vi sentirete soli…” tenta.

Riesco a socchiudere la porta e la rassicuro:

“Non preoccuparti per noi. Sarà un’assenza tanto breve la tua che sapremo come ingannare la tua assenza…”

Riesco  a socchiudere la porta. Basta una spinta e lei è fuori.

“Ma se per caso volete che io resti, non avete che da chiedermelo” insiste mentre la sto letteralmente sbattendo fuori.

“Sei troppo gentile –ribatto dolcemente – non devi preoccuparti così tanto dei tuoi vecchi genitori. Preoccupati di te, divertiti…”

“Figurati! Io e il cane da sole in spiaggetta, sfrattate da  entrambi i genitori! Sai che divertimento…”

E’ troppo divertente questa patetica figlia. Comunque la figura l’ho fatta ed è inutile che ora rinunci all’intimità con mio marito solo perché lei è reticente.

Riesco a farla uscire completamente dalla porta e cerco di chiudere la stessa davanti a lei. Un piede lungo con indosso una scarpa da tennis s’infila fra la porta e il battende. Il viso di Roberta torna ad avvicinarsi come a voler insinuarsi di nuovo in camera. La sua voce si fa di nuovo supplichevole:

“Papà? – chiama. Quando Renato risponde lei afferma – Papà, lo sai che ti ho sempre voluto bene…”

Con una mano le allontano la testa, con un piede spingo via il suo piede dallo stipite. Rido, ma è faticosissimo.

Chiudo la porta, finalmente.

Mi volto verso Renato che mi guarda divertito e mi dichiara:

“Sei pazza!”

Lo guardo ammiccando e gli faccio osservare:

“Non hai fatto nulla per farmi cambiare idea o per fermarmi…”

Non riesco a compiere un passo verso di lui perché alla porta si ode un leggero bussare.

Mi giro sorpresa, la mano già sulla maniglia.

“Chi è?” domando stupita.

Al di là del legno la voce lagnosa di mia figlia:

“Sono io.”

Non apro la porta. Mi limito a dire:

“Non compro enciclopedie.”

Lei insiste e bussa ancora:

“E’ una cosa importante. Apri.”

Socchiudo la porta di poco. Lei infila una mano e cerca l’orologio che porto al braccio io. Me lo sfilo e glielo passo. Mentre lei se lo sistema al polso, sempre con aria imbronciata mi chiede:

“Così, per sapere: quanto tempo devo stare in esilio?”

Non riesco a rispondere. Mi viene troppo da ridere.

Lei insiste:

“Dammi almeno un’idea! A me sembra che un quarto d’ora possa bastare!” precisa la vipera. Ridendo io faccio segno con una mano di alzare il tempo e lei inizia:

“20 minuti? 25? Mezzora? Ma non è troppo?”

“..Poco. Sì. Concedici almeno un’ora.” Riesco finalmente a dire io. Mi guarda stralunata. Nella sua vergine fantasia, chissà quali acrobazie dobbiamo fare per far trascorrere un’ora. Richiudo la porta sul suo viso afflitto e sconvolto. Per sicurezza passo in bagno e parlo attraverso la finestrella che da sul corridoio esterno:

“Vai adesso. Non perdere tempo.”

Sento i suoi passi e i suoi brontolii allontanarsi.

Torno in camera e Renato è lì che mi guarda dolce.

“Povera. Non aveva proprio voglia di uscire. Che ne dici se la richiamiamo?”

Sono io adesso che lo guardo sconvolta:

“Dopo tutta la fatica che ho fatto per cacciarla via, mi chiedi adesso di rinunciare a tutto per correrle dietro? Mai!”

Poi lo guardo decisa e decisa affermo ad alta voce:

“I rimorsi di coscienza non riusciranno a sciupare questa ora da sola con te nell’hotel degli amanti.”

 

Il resto non serve descriverlo. Il sacrificio di Roberta non fu inutile.

 

Non ci crederai, ma a distanza di anni ancora mi rinfaccia quella volta che la buttai fuori dalla camera.

 

 

 

La sciura Maria

 

 

 

Dopo quella prima, memorabile esperienza, Monteisola divenne per me e Renato un rifugio per i nostri sogni proibiti. Sposati giovanissimi, con già una figlia a carico, non avevamo avuto tempo di vivere una tranquilla vita di coppia. Ora che le figlie erano abbastanza grandi e indipendenti, pensavamo di approfittarne.

Così, alla prima occasione di due interi giorni di festa, prenotavamo la stanza in albergo e vivevamo in paradiso.

Erano occasioni rare, al massimo due volte all’anno, ma proprio per questo così importanti per noi.

Iniziavamo la fuga raggiungendo l’isola prestissimo. Una volta traghettato avevamo scoperto un bar dove servivano briosh ancora calde e monumentali. Ci sedevamo ad uno dei tavolini esterni a contemplare il panorama e intanto consumavamo cappuccino e due briosh a testa. Già allegri pregustavamo il modo in cui avremmo consumato quelle calorie.

 

Poi ci avviavamo lentamente verso la strada dell’hotel. La nostra stanza era sempre la stessa. Il resto del week end lo trascorrevamo a letto, a tavola e a passeggiare mano nella mano, spensierati come… due amanti.

Non ci colse di sorpresa l’ affermazione del suocero di Mino, nonnino effervescente e senza freni:

“Io non credo che voi siete sposati. Per me siete una delle coppie clandestine che vengono sull’isola per nascondersi agli occhi dei conoscenti.” Avevo previsto la cosa. Renato invece ne rimase sbalordito e lusingato. Cercò a lungo di spiegare al signor Carlo la nostra situazione e perché entrambi non portiamo gli anelli. In disparte io ridevo e mi godevo il sole e il venticello.

 

Tre anni dopo, l’inverno mi regala un’occasione unica: un lavoro occasionale e ben retribuito. Ho così a disposizione una modesta cifra che esce dal normale bilancio familiare.

Insomma, sono soldi in più.

Prima di ricevere la somma mi consulto con Renato sul modo migliore di investirla. Siamo in un periodo fortunato e tranquillo: nessuna spesa in vista, né per la scuola, né per la salute, né per il vestiario.

Renato da prima mi dice:

“Sono soldi tuoi, che hai guadagnato tu. Decidi tu cosa farne.” Poi aggiunge “se vuoi metterli in banca…”

Io lo guardo scontenta. Non è giusto! Per una volta che abbiamo dei soldini in più a me piacerebbe fare qualcosa per noi… lancio una proposta:

“E se ci facessimo un viaggio?”

Subito ottengo l’interesse del marito, che valuta la cosa, la rigira e poi… la lascia cadere. Non abbiamo giorni disponibili per muoverci. Troppi problemi: sistemare le figlie che vanno a scuola, il lavoro di lui… lasciamo perdere.

Nella mia mente vulcanica finalmente si affaccia un’idea:

“Con i soldi che guadagno potremmo fare come Tiziana, e affittare il monolocale a Monteisola per qualche mese. Così avremmo più di un fine settimana da dedicare a noi stessi, e forse – sorrido maliziosa – ci caviamo la voglia dell’isola.”

Guardo mio marito che mi guarda con occhi attenti ed interessati. Poi la saggezza  ancora una volta prevale nella sua logica:

“E non metti nulla in banca? E se poi abbiamo bisogno…”

Ribatto decisa:

“Siamo in un periodo fortunato, tranquillo. I soldi in banca per alcune necessità ci sono. Se non usiamo i soldi per una vacanza nostra, so come andrà a finire: li spenderò per prendere mutande e maglie a tutta la famiglia, le scarpe in più, la padellina nuova. Insomma, niente di strettamente necessario. Desidero invece che questo gruzzolo mi lasci dei bei ricordi su come l’ho speso.”

Ho lo sguardo deciso e lui percepisce questa mia ribellione. “Non possiamo fare per una vita intera le formichine. Permettiamoci di vivere una stagione da cicala. Non sarà il massimo, ma per noi è sempre bastato, vero?”

Mio marito mi guarda, sorride. Anche lui sta pensando ai ricordi che l’isola ha lasciato in noi. Ma è pavido  di natura e le sue ultime parole, riguardo all’argomento, sono:

“I soldi sono tuoi, decidi tu cosa fare.”

Non mi ha aiutato per nulla. Torno ai miei lavori più confusa che mai. Trascorro la mattina meditando e ribellandomi alla formica che c’è in me. Cerco solo una spinta per prendere il coraggio a piene mani e realizzare il mio desiderio. Nel pomeriggio ho l’occasione di bere il caffè in compagnia di un’amica. Le racconto quanto sta accadendo e la difficoltà di fare una scelta. Lei ascolta attentamente. Poi ricorda il mio matrimonio da giovane, le due figlie volute subito, nessun viaggio di nozze, una sola vacanza assieme a mio marito, e per di più funestata dagli orecchioni di entrambe le figlie. L’amica mi conosce bene, e a me non resta che fare di sì con la testa ad ogni riferimento delle nostre vacanze disastrose. Sì, sì, sì. Non rimpiango nulla della mia vita con Renato, ma se ci fosse qualcosa in più oltre a fare i genitori seri…

Quando l’amica mi lascia non ho però ancora risolto nulla né preso una decisione.

Resto chiusa in casa con i miei pesanti pensieri che mi vorticano in testa: essere o non essere? Fare giudizio o osare? Quale scelta avrebbe fatto più bene alla mia famiglia?

Sì, la domanda era: quale scelta avrebbe fatto più bene alla mia famiglia?

Avere qualche soldo in più in posta non ci avrebbe resi più felici. Magari più tranquilli, ma non più felici.

Una vacanza, invece, ci avrebbe di sicuro resi più uniti, allungato la lista dei buoni ricordi.

E sono piegata su un cassetto intenta a riordinare, quando mi compare una visione, un ricordo. Ma non è un ricordo felice. Anzi.

Mio padre è steso a letto in soggiorno perché da settimane ormai non riesce più a muoversi. Mia madre con amore e dedizione lo imbocca, gli pulisce le labbra, gli fa bere poche gocce di acqua. E davanti ai suoi occhi muti, inventa:

“Dai, Cechi. Guarisci. Poi io e te ce ne andremo a fare quella crociera di cui parliamo da anni.”

Mia madre mente. Mio padre non potrà che morire. Da anni li sentivo parlare di un fantomatico viaggio nei loro desideri, ma non era mai il momento adatto:  c’erano delle spese prioritarie sempre, oppure impegni più importanti, sempre. Ed ora era troppo tardi. Fra i ricordi di mia madre non ci sarebbero mai stati quelli di questo fantomatico viaggio. Ci sarebbe stata invece la spiacevole sensazione di una promessa non mantenuta, di una occasione persa.

Mi sollevo dal cassetto, folgorata dai ricordi.

Non attendo di parlare ancora una volta con Renato: sono sicura che non cambierebbe il suo atteggiamento.

Prendo in mano il telefono, chiamo Mino e fisso con lui un appuntamento. Voglio prendere in affitto un monolocale per due, tre mesi. Tutto dipende dal prezzo che mi farà.

A cena informo la famiglia.

Renato mi guarda meravigliato ma non troppo. Racconto a lui la visione del pomeriggio, di papà morente con mamma vicina. Le mie figlie ricordano i fatti. Anche loro hanno vissuto l’agonia del nonno e lo splendido esempio d’amore che è stato dato dall’assidua assistenza della nonna.

Guardo Renato e decisa affermo:

“Non voglio aspettare la morte per dimostrarti quanto ti voglio bene. Voglio vivere bene con te per dimostrarti quanto ti voglio bene.”

Lui sorride, mi rassicura:

“Hai fatto un’ottima scelta.”

Il suo sguardo è birichino. Roberta coglie e precisa subito:

“Toglietevi dalla testa che io venga con voi ogni domenica. La spiaggetta mi è bastata una volta sola”

Ridiamo. Ancora non c’è l’ha perdonato.

Nicoletta invece chiede:

“A me piacerebbe tornarci. Ho dei bei ricordi dell’estate trascorsa là” estate trascorsa là???? Ma se ha resistito solo tre giorni! “potrò venire con voi ogni tanto?”

La decisione è finalmente presa e prenoto il monolocale per i mesi di aprile, maggio e giugno.

Lavorando per tutta la settimana, potremo usufruire dell’appartamento solo durante il fine settimana, ma questo ci basta. Sono tre mesi!

Cielo, che avventure!

Da Renato che arriva arrabbiatissimo alle otto di sera, sotto un acquazzone, carico di un borsone contenente copripiumini che non mi servivano a Monteisola, alle camminate per sentieri impervi, dove mio marito si scopriva di nuovo attivo e vitale.

In più, avendo il sonno leggero, più di una volta avvertivo durante la notte le battaglie private degli altri ospiti dell’hotel. Renato, che invece dormiva saporitamente, mi rimproverava. Diceva che mi inventavo tutto oppure che scambiavo i gridi dei gabbiani in urli di piacere. Insistevo con il dire che non mi addormentavo con la voglia di cogliere ogni minimo rumore. Erano i rumori che svegliavano me.

Poi un sabato Mino ci accoglie preoccupato:

“Ospitiamo una compagnia di alpini, per questo fine settimana. Credo che non troverete questa volta la tranquillità delle altre settimane.

Lo tranquillizziamo. Sarà un diversivo.

E di fatto lo è. La cena viene annunciata con la tromba dal balcone di fianco al nostro (sì, proprio la stanza di Wanna). Dal vociare ci rendiamo conto che non si tratta solo di uomini, ma di coppie. Gli alpini questa volta sono in congedo con le mogli. Sono un gruppo di amici goliardici di mezza età che usano la scusa del cappello piumato per trascorrere  piacevoli week end fuori casa.

A cena si scusano con noi per aver suonato la tromba appena fuori della nostra camera. Io e Renato li rassicuriamo. Renato è preso da una piacevole malinconia della caserma. A me la tromba non disturba, tanto mi sveglio solo nel sentire una voce…

Il resto della serata trascorre tranquillo. Presto la tromba si fa sentire di nuovo: il silenzio e il rompete le righe. Il trombettista ha di buono solo la simpatia, per il resto suona da far ridere. Ma la cosa è simpatica.

Verso le 22,30 sentiamo rientrare in albergo le ultime coppie che vanno a letto. Le sento salutarsi a bassa voce in fondo al corridoio. Il rumore di tre porte e poi il silenzio, quello vero, fatto dal rumore del lago e dal qua qua delle anatre.

Dormo.

Rumori, occhi aperti. Guardo l’ora sul cellulare. Sono le 2,40.

Mi chiedo che cosa mi ha svegliato, ma presto il rumore riprende. Pam, pam, pam. Cadenzato. Si sono svegliati gli alpini. O almeno i nostri vicini di stanza, quelli che dormono nella camera  di Wanna. Sveglio Renato. Questa volta deve sentire che non m’invento niente! Questo è sano sesso!

Renato si sveglia ai miei scossoni. Rimane in ascolto e poi lo sento sorridere:

“Che male c’è? Sono qui con le loro mogli, sono giovani o giovanili, il resto è tutta salute e amore, no?!?” si gira e tenta i rimettersi di nuovo a dormire.

Ma nuovi rumori si uniscono ai primi. Ora provengono dalla stanza situata dopo la nostra. Altri rumori cadenzati, sicuri. Riscuoto Renato ancora una volta:

“Lo sapevi che gli alpini si svegliano assieme alle due di notte per fare sesso?”

chiedo impertinente, e faccio udire a Renato i nuovi cigolii del letto di fianco.

Renato rimane in ascolto per qualche minuto e tenta di tornare a dormire.

Nel buio io commento sarcastica:

“Ma no… sono solo voci nella mia testa… non si sentono i rumori in questo albergo… sono io che sono maliziosa…”

e mentre borbotto penso a cosa devono aver sentito i nostri vicini di stanza durante le nostre evoluzioni. Meglio non pensarci. Comunque ora Renato ha la prova che sull’isola altri subiscono il fascino dell’Eros, e anch’io tento di raggiungerlo nel mondo dei sogni.

Ma è solo un tentativo, perché mentre le due prime coppie di alpini finiscono la prestazione, una terza inizia. Si trova sicuramente in una delle ultime stanze del corridoio, ma è come se fosse nel corridoio stesso. La signora urla il suo godimento a squarciagola, e questa volta, si sente, non è una finta. I gorgheggi continuano per diversi minuti, tanto che ad un certo punto si sente pure la voce del marito che impreca e le ordina di abbassare la voce. Ma non ce verso.

Io rido ad alta voce svegliando ancora una volta Renato.

“Toh, senti, un gabbiano!” lo schernisco. Lui rimane in ascolto e poi precisa.

 “Questo non è un gabbiano. E’ qualcosa d’altro, senza ali.”

Fingo scandalo:

“No! Non è possibile! In un albergo serio, alle due di notte, succedono queste cose e non sono neppure gabbiani!”

Lui capisce dove voglio parare e finalmente mi da ragione.

“Ok, ok. Non ti sogni niente e non ti inventi niente. Tutto è vero. Però adesso lasciami dormire e lascia in pace gli alpini!”

Per qualche minuto ancora rimaniamo in ascolto della sirena che ulula a qualche stanza di distanza dalla nostra.

Dal di fuori arriva perfino un suggerimento:

“Mettile un cuscino sulla testa!” c’è sempre gente invidiosa…

Poi, lentamente, la sirena si spegne. Torna il silenzio del lago. Anch’io dormo con la mano stretta alla mano di Renato.

Fino alle 8,25.

Da prima una voce gentile sul balcone che bisbiglia:

“Ma c’è gente che dorme!”

L’uomo risponde:

“Un motivo in più per svegliarli. Alle 10 il traghetto parte e non sta ad aspettare noi!”

Poi la tromba strazia la sveglia della naja.

Anche Renato è irrimediabilmente sveglio, ma rimaniamo a crogiolarci nel letto. Intanto ascoltiamo i rumori attorno a noi: gente che esce dalle camere, che trascina valige, che si salutano sotto il balcone, in terrazza. Il capogruppo li incita a recarsi a fare colazione perché presto si deve partire. La gente si ammassa in gruppo compatto in terrazza. Qualcuno conta e scopre che manca una persona.

“Chi manca?” chiede. Un nome emerge dal gruppo. Manca la sciura Maria.

“Dunque era lei a cantare questa notte!” urla un uomo.

“Poverina, chissà come si vergogna…”commenta una donna e un’altra le da ragione.

Il gruppo si sposta sotto il balcone della Maria e la chiamano a gran voce.

“Inutile che ti nascondi. Ti abbiamo sentito tutti! Vieni giù!”

“Vieni a fare colazione. Avrai bisogno di riprenderti…”

Urlano gli uomini.

Uno si rivolge al marito e commenta:

“Ma se tu sai che ha quel disturbo lì, lasciala stare, no?! Non portarla a far figure in mezzo agli alpini che poi non ha più pace!”

Inutile dire che io e Renato eravamo schiantati dalle risa.

Infine la sciura Maria ha raggiunto il gruppo, rassegnata. Doveva pur tornare a casa, vero?

Mentre il gruppo di alpini, dopo colazione, abbandonava l’albergo, io e Renato abbiamo consumato la nostra passione, ben attenti a non superare i muri della stanza.

 

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