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Erotic noir

 

Avevo trent’anni ed ero già una robusta casalinga che prestava il proprio tempo presso l’opera pia Croce Bianca di Bs.

Ogni mercoledì mattina alle sette, mi presentavo nella sede storica dell’associazione in via F.lli Bandiera, firmavo il registro delle presenze e mi mettevo a disposizione del capo servizio.

Il mio compito consisteva nel trasporto degli ammalati da casa a ospedale o viceversa. Trasferimenti di degenti da ospedale a ospedale.

Siccome allora non c’era il servizio del 118, ogni tanto, fra un trasporto pacifico e l’altro, dovevamo intervenire per le emergenze o altri servizi. Insomma, come capitava!

Una volta giunta in sede, si formavano le coppie: autista e volontario/a.

Una mattina di marzo mi ero presentata come al solito.  Avevo indossato il camice bianco che allora faceva le veci dell’attuale divisa arancio.

Il capo servizio, Mario, mi aveva già spedita al lavoro e con l’autista Giorgio, avevamo trasportato a casa dall’ospedale Civile prima un nonnino, e poi una signora con difficoltà di deambulazione.

Alle 10 eravamo già rientrati in sede.

Succedeva. A volte perché non c’erano servizi da fare, altre volte perché era preferibile avere sempre un equipaggio a portata di mano in caso di urgenze.

Andai a sedermi in giardino, con il viso rivolto al sole pallido di quella mattina che si faceva sempre più nuvolosa.

Il caposervizio riceveva le sue telefonate nella stanza lì accanto, ma era troppo indaffarato per chiacchierare. Giorgio era sparito a sistemare qualche ambulanza. C’è sempre qualche cosa da fare…

Lì seduta, vidi transitare uno degli obiettori di coscienza che lavoravano con noi. Lo salutai educatamente, ma non lo considerai più di tanto.

Era un ragazzo di vent’anni, si chiamava Rodolfo (nome che non riesco a considerare serio), e oltre ad essere estremamente giovane, aveva un modo di comportarsi molto strano. Insomma, non mi sarei meravigliata se mi avesse rivelato di essere gay.

Rodolfo attraversò i saloni del piano terra della sede, armeggiò un poco dietro la porta finestra e, appurato che eravamo le uniche persone esistenti in quel momento in loco, mi si avvicinò.

Venne a sedersi proprio di fianco a me, sulla stessa panchina. Un braccio con indifferenza appoggiato dietro la mia schiena.

Mi chiesi cosa volesse dire questo gesto. Mi sentivo talmente vecchia rispetto a lui!!!

Non riuscii a elaborare troppi pensieri, perché sempre con indifferenza Rodolfo mi chiese:

“Quand’è che possiamo fare sesso io e te?”

Arrossii? E’ dire poco!

L’ultima cosa che mi aspettavo era una simile richiesta.

Guardai Rodolfo negli occhi… e poi scoppiai a ridergli in faccia.

“Ma scusa, non hai niente di meglio? Ma cosa ti salta in mente??”

Con  sorprendente filosofia e tranquillità lui mi rispose:

“Che c’è di male? Ti ho chiesto solo di fare sesso, non di imbastire una storia che poi diventa pesante sia per me che per te…”

Fu interrotto da Mario, che sulla soglia della porta finestra ci informò:

“Interrompete i vostri intrallazzi, signori. C’è da fare una rimozione cadavere.”

Mi alzai veloce. Fa parte del mestiere.

Cercando di scherzare chiesi al capo servizio:

“Da quanti giorni è morto?” Voleva essere una battuta un poco stupida, solo per sdrammatizzare la situazione.

Mario stava scrivendo sul registro. Alzò gli occhi e mi rispose:

“Da tre giorni, ma sua moglie non si è mai lamentata.

Chiama Giorgio che è da fare subito.

Rodolfo, vai con loro.”

Il viso di Rodolfo cambiò colore, ma eravamo soli e per questo genere di lavoro occorrono almeno tre persone. Non poteva tirarsi indietro.

Era un ragazzo in gamba, e dopo un paio di respiri profondi si avviò verso l’ambulanza.

Io sorrisi.

Sì, era giovane e ingenuo, nonostante i suoi tentativi di seduzione con le donne mature e sposate.

Chiamai Giorgio e lo informai della nuova missione. Poi salii sulla Teresina, così viene chiamata l’auto-salma.

Giorgio provvide a far scendere Rodolfo dall’ambulanza e a farlo salire con noi.

Eravamo seduti tutti e tre nella cabina di guida del furgone. Da dietro, provenivano i lugubri rintocchi della bara zincata.

Il viaggio fu breve. Dovevamo recarci in una via del centro storico. La polizia ci attendeva sul posto con gli assistenti sociali.

L’anziano era morto in un vecchio appartamento umido e fatiscente. La moglie psicolabile lo aveva veramente vegliato per tre giorni convinta che dormisse. Solo l’arrivo dell’assistente sociale aveva svelato la morte.

Il magistrato presente sul posto ci firmò il permesso della rimozione del cadavere.

Io e i miei colleghi avevamo le espressioni di circostanza: seri, compiti.

Giorgio provvide ad organizzare le manovre e tutto si svolse velocemente e con efficienza. Ma per un attimo ci preoccupò il viso verde e disperato di Rodolfo. Pensammo entrambi che stesse per dare di stomaco.

Giorgio si fermò, guardò il giovane e gli chiese:

“Hai bisogno di fermarti a prendere una boccata d’aria? Vuoi che chiami un poliziotto a sostituirti?”

Rodolfo alzò fieramente la testa, sollevò le maniglie del telo con cui stavamo trasportando l’uomo, e affermò che ce l’avrebbe fatta. Di andare avanti.

Alzammo all’unisono il telo e completammo il nostro lavoro senza altri incidenti.

Quando la bara fu di nuovo sistemata nel furgone, ci stringemmo ancora una volta nella cabina della Teresina.

Togliendosi i guanti di protezione Rodolfo chiese speranzoso:

“Il nostro compito è finito, vero?”

Io sorrisi ancora una volta dentro di me, forte della mia esperienza di due anni di volontariato. Sapevo che non avevamo ancora finito.

Lasciai rispondere a Giorgio.

“Ora dobbiamo portare il nostro ospite all’obitorio del cimitero Vantiniano.”

Rodolfo nascose la sua delusione dietro un impellente bisogno di fare domande:

“Il Vantiniano? Non sapevo che al Vantiniano ci fosse un obitorio? E cosa lo usano a fare?”

Giorgio con pazienza rispose, ma eravamo già arrivati.

I cancelli del cimitero si aprirono davanti a noi. Un custode con la macchina ci guidò fino alla sala mortuaria.

Altri due suoi colleghi ci attendevano sulla soglia dell’edificio, ma si guardarono bene dall’aiutarci, felici che fossero altri a svolgere il loro lavoro di becchini.

Prelevammo la bara di zinco dal furgone e la trasferimmo nella sala.

All’interno di questa stanza aleggiava un greve profumo dolciastro e nauseante.

In preda al panico Rodolfo cercò di aprire la nostra bara, convinto che fosse un vuoto a rendere.

Giorgio lo fermò e lo invitò a uscire.

“Ora basta Daniela. Vai fuori, tu.”

Il povero obiettore si precipitò fuori.

Con Giorgio individuai una delle nuove bare zincate vuote e provvedemmo a sistemarla sull’auto-salma.

Nel prato, Rodolfo fumava disperatamente.

Aveva preso a piovere e l’aria umida faceva molto bene ai nostri nasi offesi da odori poco simpatici.

I becchini s’indicavano l’un l’altro il ragazzo e ghignavano stupidamente.

Aspettammo che la sigaretta finisse, poi riprendemmo i nostri posti.

Di nuovo la bara tintinnava là di dietro.

Dentro il comparto di guida l’aria era rovente e umida.

Rodolfo aveva ancora un alone verdastro attorno alla bocca, ma l’espressione era più serena.

Mi chinai verso di lui.

 Io avevo scelto questo genere di volontariato, ma lui ci era stato obbligato!

Volevo dirgli qualcosa che lo distraesse. Volevo dirgli che era stato coraggioso.

In un soffio gli sussurrai:

“Sei ancora eccitato?”

Rodolfo sfuggì il mio sguardo e aprì ancora un poco il finestrino lasciando entrare la fine pioggia della mattina.

Giorgio si mise a ridere. Nonostante avessi parlato a bassa voce, aveva udito.

Il suo intervento fu immediato:

“Se volete, ditemelo che mi fermo. Lì dietro si è liberato un posto!”

E con il pollice indicò alle sue spalle.

Io ridevo, un poco divertita e un poco per liberare la tensione che normalmente si accumula in questi servizi poco piacevoli.

Rodolfo teneva lo sguardo fisso fuori dal finestrino.

  Non mi ha più corteggiato. Chissà perché???

Chissà perché???

 

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